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Per chi in Spagna ci è andato, dalla prima nota di Fête-dieu à Seville di Isaac Albeniz, è gioco forza tornare con la mente a quella terra e rimanerci ancorato per tutta la durata del Capriccio spagnolo di Rimskij-Korsakov, nel suo crescendo di ritmo e allegria, tanto da avere quasi un brusco risveglio al termine della prima parte del concerto. La prima parte del programma è talmente piena di colore e di ritmo da far passare quasi troppo tranquillo “Les Parfums de la nuit” seconda delle Images pour orchestre n. 2 Iberia de Debussy, presto sostituito da un risveglio nuovamente abbagliante de “Le matin d’un jour de fête”. Ecco, è giunto il momento del Bolero. Durante l’intervallo, alcuni musicisti sono rientrati sul palco e hanno “ripassato” alcune note di questo brano tanto conosciuto quanto non di facilissima esecuzione proprio per la sua ripetitività ossessiva. Ed ecco che i musicisti lasciano il posto alla musica, non stiamo più ascoltando un orchestra che suona, ma il suono puro. Questa è l’essenza di questo ensemble, non sono più musici, sono suono essi stessi in completa e perfetta fusione con i loro strumenti e fra di loro. Non si tratta solo di Ravel e del suo Bolero, si tratta di un profondo rispetto che traspare da questo insieme e dal loro direttore. Metha è uno dei pochi che annuncia sempre il bis, è uno dei pochi che non si limita a stringere la mano al primo violino, ma la stringe a tutta la prima cerchia intorno a lui in un gesto simbolico che avvolge tutta l’orchestra. Metha è uno dei pochi che riceve gli applausi quasi nascosto in mezzo ai suoi musicisti; e che cosa significa questo se non un profondo rispetto per la musica? Grazie Maestro.
Valeria Bisoni 26 settembre 2011
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