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Lunedì 20/02/2012
 
 

Blackbird di David Harrower al Teatro Sociale nell’allestimento del Piccolo Teatro

 
  (Archivio)  
 

Un esempio di teatro politico secondo LLuis Pasqual

 
 
 
     
   
       
   
  Quando uno spettacolo ti porta a riflettere e ti lascia senza risposte: questo ha significato assistere a Blackbird, andato in scena dall’8 al 12 febbraio presso il CTB di Brescia. Dramma in atto  unico di David Harrower , traduzione di Alessandra Serra, per la regia di Lluis Pasqual con Massimo Popolizio e Anna Della Rosa e la partecipazione di Silvia Altrui.  
     
 

Dramma incredibilmente forte, semplice, diretto. In effetti quello che colpisce subito, in maniera immediata è la forza di questo testo, di queste parole messe in ordine, non per raccontare a noi pubblico la storia, ma per dei personaggi, per i personaggi. David Harrower, scozzese, giovane (44 anni), drammaturgo. Tutto ciò che si trova su di lui sono solo elogi. Scrive Blackbird (letteralmente merlo o ragazzina), questo dramma in atto unico per due personaggi, nel 2005, prendendo spunto da un fatto di cronaca avvenuto qualche tempo prima, per rispondere alla richiesta dell’Edinburgh International Festival che gli chiede una pièce per la regia di Peter Stein. Una storia d’amore fra una adolescente (12 anni) e un adulto (40 anni), storia non compresa da nessuno. Gli stessi personaggi non capiscono cosa è loro successo:  era amore, era follia, un sentimento deviato, sporco oppure era una cosa bella, un seme da far crescere, da coltivare con delicatezza che è stato sporcato, massacrato, martoriato dall’esterno? Sono entrambi vittime? O sono entrambi carnefici? Un’ora e mezzo di dialogo, di racconto, di sentimenti sviscerati, non un racconto mnemonico, una esposizione di fatti, ma un accorato ripercorrere la storia, il vissuto di quel periodo, un chiarimento che appare necessario dopo una brusca separazione ma che non fa altro che risvegliare sentimenti sopiti. Un’ora e mezza con le orecchie tese per ascoltare con il cuore i sentimenti rilevanti, con la mente accesa per cercare di comprendere chi sono in realtà questi due personaggi e quali tormenti l’animo umano può vivere e perché li vive. Dove, dov’è il confine, il limite tra il male e il bene?
Prendo a prestito il titolo e la frase iniziale della recensione di Sergio Lo Gatto: “Cose di cui non possiamo parlare. Parlare di qualcosa di cui è impossibile parlare.” L’argomento trattato da David Harrower in questo testo è molto forte e credo sia molto difficile trattare un argomento così complesso e delicato senza dare giudizi. L’autore ne è stato capace e anche il regista ha scelto di non modificare questa linea. Lo stesso Pasqual, in un intervista rilasciata per il debutto al Piccolo Teatro di Milano lo scorso anno, ha detto che è “un esempio perfetto di un teatro politico cioè basato su dei principi morali che il teatro ha sempre messo in dubbio”; ossia non dare un giudizio morale riguardo al tema trattato, ma esporlo, sviscerarlo e lasciare che sia lo spettatore a trarre le proprie conclusioni. “Questo testo” dice Pasqual “parla d’amore, delle contraddizioni umane e non da risposte perché non ne abbiamo. Ci pone delle domande davanti alle quali noi non abbiamo risposte; non ha risposte la psicologia, non ha risposte la società, non abbiamo risposte personali”. Qualcuno ha detto che è più importante porsi domande che ricevere delle risposte. Può darsi. Qui, in questo spazio teatrale, rimane la bravura di due interpreti, Massimo Popolizio e Anna Della Rosa, che hanno saputo portare il tormento vissuto dai personaggi mantenendo pulizia, rigore, postura e lasciando lo stupore nel pubblico che alla fine rimane con l’amaro in bocca per la sospensione. Niente viene definito, niente viene chiarito, solo due anime che si sono lacerate, squarciate, lasciate attraversare da un sentimento ancora una volta più forte di tutto il resto e che non si ritroveranno mai…..ma si sono mai realmente incontrate?


Valeria Bisoni 11 Febbraio 2012

 
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