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Domenica 03/12/2017
 
 

La versione “digitale” del capolavoro verdiano firmata da Francesco Micheli in scena a Bologna

 
 

Aida 2.0 al Comunale

 
 
 
     
   
       
   
 

Proveniente dallo Sferisterio di Macerata, dove ha debuttato nel 2014, l’Aida di Giuseppe Verdi con la regia di Francesco Micheli, andata in scena al Comunale di Bologna, ha fatto dell’essenzialità il suo paradigma.
In netto contrasto con le letture tradizionali, che vedono in questo titolo l’ultimo grand opéra verdiano e che, in preda all’horror vacui, mettono in scena un Egitto sovraccarico e ridondante di simboli ed orpelli, in questa edizione il palcoscenico è costantemente vuoto e tutto viene affidato alle immagini che vengono proiettate sia sul pavimento che sul fondale leggermente inclinato, entrambi bianchi, progettati da Edoardo Sanchi.

 
     
 

Nel corso dell’opera si intuisce che questa struttura rappresenta un grande computer portatile, simile a quello che Ramfis e tutti i sacerdoti portano con sé, a sottolineare che le azioni dei protagonisti devono sempre e comunque sottostare ai disegni della casta sacerdotale.

Il pubblico diventa quindi spettatore di una versione “digitalizzata” dell’opera, in cui i vari momenti vengono caratterizzati dai disegni di Francesca Ballarini che richiamano ideogrammi egizi, proiettati sulle bianche pareti del gigantesco notebook.  L’idea, che dal punto di vista estetico ricorda il teatro di Bob Wilson, presenta soluzioni interessanti, come ad esempio il duetto tra Aida e Amneris nel secondo atto, in cui il potere della principessa si manifesta in una progressiva riduzione dello spazio vitale della schiava sul palcoscenico, fino a relegarla in una piccolissima striscia;  oppure la scena del trionfo, risolta senza il solito viavai di comparse, che si chiude con la parola GLORIA che schiaccia con il suo peso i protagonisti. Qualche perplessità suscita invece il frequente utilizzo di scritte che introducono i vari personaggi o connotano una particolare situazione che rende il tutto eccessivamente didascalico.

Molto concentrata sull’apparato scenografico la regia denota qualche carenza nel lavoro sui singoli cantanti, che viene abbozzato ma raramente approfondito. Sicuramente all’aperto, dove lo sguardo è rivolto più all’insieme, è un aspetto che si nota meno, ma all’interno di un teatro questi limiti risaltano in maniera più evidente.  Nel complesso lo spettacolo risulta comunque godibile e scorre in modo fluido senza cali di tensione.

Nel ruolo del titolo la giovane Monica Zanettin ha fatto sfoggio di un bel timbro da soprano lirico. L’interpretazione forse è ancora da rifinire ed in alcuni passaggi difetta di incisività, però nei due momenti più importanti, ovvero l’aria “Ritorna vincitor” ed il terzo atto, ha dato prova di un convincente slancio drammatico.
Al suo fianco Antonello Palombi ha convinto solo parzialmente nel ruolo di Radames. La voce è ferma e squillante nell’acuto ma il fraseggio è spesso ruvido ed alcune soluzioni interpretative sembravano più in linea con il repertorio verista che con quello verdiano. Amneris, resa con grande credibilità e generosità vocale da Nino Surguladze, era più una ragazza innamorata che una principessa delusa e incattivita, mentre la figura di Amonasro ha trovato nella voce piena e rotonda di Dario Solari un valido interprete. Apprezzabile il Re di Luca Dall’Amico mentre il Ramfis di Enrico Iori non ha convinto, soprattutto dal punto di vista dell’emissione.

Alla testa dell’orchestra del Comunale, Frédéric Chaslin si caratterizza per una direzione dai tempi sostenuti e nel complesso funzionale.  Manca l’approfondimento del grande interprete ma il racconto nel complesso viene svolto in maniera efficace.
Buona la resa dell’orchestra e del coro del Comunale, nonostante qualche sfasamento nella scena del trionfo, complice il posizionamento dei cantanti in platea.
Il pubblico, partito guardingo si è via via riscaldato nel corso della rappresentazione tributando al termine applausi convinti.

Davide Cornacchione 19/11/2017

 
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