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Martedì 26/12/2017
 
 

Piacevole ripresa del capolavoro di Lehár al Teatro Filarmonico nell’allestimento “televisivo” con la regia di Gino Landi

 
 

Una vedova allegra gran varietà

 
 
 
     
   
       
   
 

Come anteprima della stagione invernale 2017/18, che inaugurerà ufficialmente a febbraio con Otello di Verdi, la Fondazione Arena ha ripreso, in occasione delle festività natalizie, La Vedova allegra di Franz Lehár nell’edizione firmata nel 2005 dal regista Gino Landi con le scene di Ivan Stefanutti e i costumi di William Orlandi.

 
     
 

Si tratta di uno spettacolo che, nonostante i quasi tre lustri di età, appaga ancora l’occhio, grazie all’imponente appartato scenografico e agli sfarzosi costumi, e che dal punto di vista registico tende ad esaltare maggiormente la componente leggera di questa operetta, rinunciando a qualunque lettura che possa fare riferimento ai segnali di quella crisi profonda che avrebbe portato al crollo dell’Impero Asburgico pochi anni dopo il suo debutto, avvenuto al Theater an der Wien nel 1905.

Landi, sfruttando perfettamente i meccanismi comici del testo, costruisce con un piacevole spettacolo di puro intrattenimento, strizzando un po’ troppo l’occhio ad una comicità di stampo televisivo che a volte esula dalla classica eleganza viennese di inizi ‘900. Questa scelta spicca soprattutto nel personaggio di Njegus, o meglio “signorina Njegus”, affidato ad una spumeggiante Marisa Laurito, che però crea una macchietta partenopea di stampo cabarettistico, poco affine allo stile dell’operetta, caratteristica questa che si riscontra anche nelle ripetute allusioni alle corna che i vari protagonisti fanno ripetutamente.

Dal punto di vista musicale lo spettacolo è caratterizzato dalla concertazione tutto sommato generica di Sergio Alapont, che oscilla tra un brio fragoroso e un lirismo dai tempi forse troppo dilatati.
Elisa Balbo è un Hanna Glawari dalla voce non potentissima ma espressiva e curata nel fraseggio, cui si affianca Enrico Maria Marabelli, un Conte Danilo accattivante ed estroverso ma non pienamente rifinito dal punto di vista vocale.
Nel complesso efficace anche la coppia dei due amanti clandestini: Desirée Rancatore è un’elegante Valencienne, nonostante il ruolo non rientri appieno nella sua vocalità, mentre Giorgio Misseri è un Rossillon non fluidissimo nella recitazione ma credibile come giovane innamorato ed interessante dal punto di vista vocale.

Tra i comprimari spicca il Barone Zeta di Giovanni Romeo, il più disinvolto del cast dal punto di vista recitativo, ma anche gli altri si distinguono per l’efficace caratterizzazione, ovvero Francesco Paolo Vultaggio (Visconte Cascada), Stefano Consolini (Raoul De St. Brioche) Daniele Piscopo (Bogdanowitsch) Serena Muscariello (Sylviane) Andrea Cortese (Kromow) Lara Rotili (Olga) Nicola Ebau (Pritschitsch) Francesca Paola Geretto (Praškowia).
Rimarchevoli anche le prove del coro, diretto da Vito Lombardi e del corpo di ballo esibitosi nelle travolgenti coreografie del terzo atto, firmate sempre dallo stesso Landi, sulle note di Offenbach.

 

Davide Cornacchione 21/12/2017

 
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