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Domenica 11/03/2018
 
 

La classe operaia va in paradiso in scena al Teatro Sociale

 
 

Una riflessione sull’uomo, le sue paure e il suo valore

 
 
 
     
   
       
   
 

La nuova produzione di Ert diretta da Claudio Longhi, liberamente tratto dall'omonimo film di Elio Petri, si riallaccia a un teatro politico ricco di spunti di riflessione, o per dirla come Lino Guanciale – che interpreta il protagonista Lulù Massa – lavora “molto sulla didattica, sulla pedagogia e sulla formazione del pubblico” utilizzando uno dei classici del cinema italiano. Il film, uscito nel 1971 mise tutti d’accordo -  sindacalisti, studenti di sinistra, intellettuali, industriali e critici – nello stroncare la pellicola, nonostante un cast di attori di prestigio e la Palma d'Oro a Cannes.

 
     
 

La pièce, la drammaturgia è firmata da Paolo di Paolo, è tutta da vedere, ascoltare (soprattutto), osservare e discutere. Si, discutere come è stato fatto all’uscita del film. Si fatica all’inizio a comprendere cosa avviene, anche se il susseguirsi dei personaggi che hanno subito infortuni sul lavoro accennati da Lino Guanciale già ci posiziona nel nostro paese, l’Italia, dal Nord al Sud, dall’Est all’Ovest in un arco temporale che supera i 100 anni, e ci porta ad intuire che quello che si vuole affermare è un’immutabile realtà, un atteggiamento, un approccio al lavoro che pare non abbia via d’uscita. Una diatriba che incessantemente pone “lavoratori” e “padroni” agli opposti finché non si comincerà a guardare oltre, a guardare nella direzione dell’Uomo e del suo valore intrinseco.

È una soluzione interessante intrecciare le vicende del personaggio principale del film, tale Lulù Massa – interpretato da un Lino Guanciale in ottima forma che conferma la sua bravura e colpisce per i virtuosismi dialettali e vocali – con le vicende che hanno portato il regista e lo sceneggiatore a sviluppare questo progetto, includendo richiami al periodo storico di quegli anni, all’effetto che fece il film alla sua uscita e ai premi vinti. Questo in parte destabilizza: ci si chiede dove si vuole andare, quale messaggio si vuole trasmettere. In realtà alla fine ci rendiamo conto di essere davanti ad un vero teatro politico, quello che espone i fatti, che non ti dà risposte, che ti manifesta tutto quello che c’è e sta a te scegliere da che parte stare. In quest’ottica hanno importanza le parole. Un testo forte, che ti fa venire voglia di urlare STOOOP! e chiedere agli attori di ripetere di nuovo la battuta, perché intuisci che il significato è più profondo, è più ampio, scava nelle viscere dell’essere, in una ricerca continua di quell’equilibrio, di quella ragione che l’uomo sempre cerca nel suo percorso di vita; perché un uomo “ha diritto di sapere quello che fa…ha diritto di sapere a che cazzo serve….”. Ci vengono in mente i versi del sommo poeta “…fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” e ci chiediamo, complice anche il quadro politico attuale prossimo alle elezioni, quando ci sveglieremo, quando troveremo nella cosiddetta società civile il modello che non divida più “padroni” e “lavoratori”, “lavoratori” e “studenti”, “sindacato” e “lavoratori” in un vortice che porta a tutti contro tutti,  ma che unisca tutti sotto l’unico e inconfondibile valore dell’uomo spesso nascosto dietro la sensazione di doversi difendere dalla vita mentre “alla tua macchina sei incatenato e a incatenarti sei proprio tu”.

Valeria Bisoni  21 Febbraio 2018

 
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