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Giovedì 01/11/2018
 
 

L’opera nella versione fiorentina del 1847 inaugura il Festival Verdi al Teatro Regio

 
 

Macbeth tra le nebbie della solitudine

 
 
 
     
   
       
   
 

Raggiunta la maturità anagrafica -questa è l’edizione numero 18- ma anche quella artistica, visto il crescente livello degli spettacoli proposti nelle ultime stagioni, il festival Verdi di Parma ha inaugurato l’edizione 2018 con Macbeth nell’ edizione fiorentina del 1847.  L’aver potuto ascoltare questo titolo nella sua prima versione, nell’edizione critica curata da David Lawton, ha permesso di apprezzare il carattere sperimentale di un titolo che segna un punto di svolta nel processo creativo verdiano.

 
     
 

Sicuramente l’impegno profuso nella composizione fu notevole, al punto che considerare la versione del 1847 solo un cartone preparatorio di quella più matura e più incisiva che debuttò all’ Opéra di Parigi nel 1865 risulta riduttivo. La possibilità di ascoltare negli stessi giorni anche Attila, che aveva debuttato esattamente un anno prima ed anch’esso in cartellone qui al festival Verdi, è illuminante in proposito. Anche se stilisticamente i due titoli sono molto vicini, in Macbeth i personaggi iniziano ad essere più sbalzati e tridimensionali, complice anche l’ottimo impianto drammaturgico shakespeariano. Vero è che in un confronto diretto la versione del 1865 vince su molti aspetti: l’aria del secondo atto della Lady “La luce langue” è indubbiamente superiore a “Trionfal securi alfine”, come la prima versione del coro “Patria oppressa” non regge il confronto con il suo rifacimento; ed anche le modifiche nel duetto del primo atto e nella scena delle apparizioni imprimono un ritmo drammaturgicamente più efficace. Tuttavia anche questa prima edizione ha molte frecce al suo arco -in primis l’aria conclusiva “Mal per me che m’affidai”, espunta nel rifacimento parigino- e merita sicuramente di essere riproposta in teatro, come giustamente il Festival Verdi ha fatto.

Macbeth e la lady sono due figure aride, svuotate da ogni umana passione e questo è reso chiaramente dal regista Daniele Abbado che ambienta la vicenda in uno spazio scenico completamente vuoto, delimitato da pareti metalliche in cui solo pochi oggetti differenziano i vari ambienti, nei quali i due protagonisti appaiono sempre più isolati nel loro vortice di ambizione che li porterà all’autodistruzione. Se i primi due atti e sono caratterizzati da atmosfere cupe ed opprimenti, negli ultimi due l’ottimo progetto luci di Angelo Linzalata si accende di colori vividi ed intensi. Lo spazio astratto ed i costumi senza tempo di Carla Teti rendono difficile una connotazione spazio-temporale dell’opera, complice anche la sottile bruma che cala dall’alto per quasi tutta la durata e che enfatizza ancora di più questa sensazione di irrealtà ed astrazione.

Nel ruolo del titolo Luca Salsi si conferma interprete di riferimento: il bellissimo colore vocale ed un fraseggio estremamente duttile gli consentono di assecondare tutte le complesse sfumature che la parte richiede: dal turbamento iniziale ai lancinanti lampi di terrore nella scena del banchetto per concludersi con il più intimista ed amaro finale nel quale ci regala due arie quali “Pietà rispetto e amore” e “Mal per me che m’affidai” da antologia.
Al suo fianco Anna Pirozzi è una Lady spavalda e volitiva: il registro centrale è pieno e corposo e la salita agli acuti è salda e senza incertezze. Forse a volte manca l’impeto luciferino, ma il canto è sempre ottimamente sorretto e il fraseggio è ricco di sfumature, soprattutto nell’intensa scena del sonnambulismo.
Michele Pertusi è un Banco nobile e autorevole. Il canto fluisce morbido e l’interpretazione è di gran classe. Antonio Poli si disimpegna in modo efficace nell’aria di Macduff ed adeguati sono anche Matteo Mezzaro (Malcolm), Gabriele Ribis (Il medico) e Alexandra Zabala (La dama). Ottima la prova del coro diretto da Martino Faggiani in grado di esaltare un brano come “Patria oppressa” che è solo l’embrione di quello che sarà nella versione definitiva.

Philippe Auguin, alla testa della Filarmonica Arturo Toscanini dirige privilegiando tinte morbide e contenendo gli slanci. Ha il merito di assecondare molto bene i cantanti, pur forse mancando di quel tocco in più che gli avrebbe permesso di caratterizzare maggiormente l’esecuzione.
Vivissimo successo di pubblico in un Teatro Regio quasi esaurito.

 

Davide Cornacchione 11 ottobre 2018

 
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