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Domenica 07/04/2019
 
 

Eros Pagni indiscusso protagonista dell'allestimento al Teatro Nuovo di Verona

 
 

Misteriosa Salomè per Luca de Fusco

 
 
 
     
   
       
   
 

La stagione di prosa al Teatro Nuovo di Verona si conclude con la messa in scena di Salomè, dramma di fine ottocento scaturito dalla fervida e visionaria fantasia di Oscar Wilde. Ben quattro teatri concorrono alla produzione di questo spettacolo: due teatri nazionali, lo Stabile di Napoli e il Teatro di Genova, a cui si uniscono Il Rossetti di Trieste e appunto il Teatro Stabile di Verona. Il fatto che ben quattro teatri di questo livello debbano coprodurrei uno spettacolo la dice lunga sullo stato del teatro italiano oggi.

 
     
 

Ma restiamo alla messa in scena. Luca de Fusco inquadra la pièce in una scenografia fissa, nera e lucida, il cui sfondo è una luna cangiante realizzata con delle proiezioni. I costumi, prevalentemente scuri, si inquadrano in una classicità senza tempo. Scene e costumi sono firmati da Marta Crisolini Malatesta. In sé la scelta è corretta rispetto al testo e anche funzionale, dobbiamo però dire non particolarmente originale: si è visto qualcosa di simile in innumerevoli proposte operistiche del testo. La scelta recitativa è poi improntata ad una estrema stilizzazione in particolare da parte della protagonista Gaia Aprea a cui viene richiesto di riportare una Salomè allucinata, quasi sospesa in un altrove non ben definito. A seguire, tutti gli altri interpreti scandiscono, quasi sillabano il testo, a volte con lentezza esasperante, unendo a questo tipo di recitazione movimenti stilizzati e pose ieratiche. La trovata potrebbe non mancare di interesse, ma risulta decisamente incompiuta in particolare nelle scene d’insieme ove si nota una certa disomogeneità. La storia è fin troppo nota e dopo la mitica danza dei sette veli, Salomè otterrà la testa del Battista; senonché, coup de théâtre finale, la testa feticcio si trasformerà in quella di Salomè, trasmutando il Battista nella proiezione stessa della principessa di Giudea. Trovate a parte, lo spettacolo comunque scorre, ha una sua solidità e lucidità di messa in scena e riporta compiutamente le molteplici sfaccettature del testo di Wilde.

Mattatore assoluto della serata e artefice primo della riuscita dello spettacolo è sicuramente l’Erode di Eros Pagni, l’unico forse che ha compreso fino in fondo le richieste del regista e che riesce a riportare, rendendole sempre vive e vibranti, le pur desuete parole di Wilde. Impressiona la padronanza dell’eloquio, sempre chiaro e definito senza rinunciare a sfumature e doppi sensi. Dalla sua entrata lo spettacolo decolla e si vede la differenza. Impegnata e attenta la Salomè di Gaia Aprea in un ruolo veramente difficile. Completano il quartetto dei protagonisti Anita Bartolucci, una Erodiade assai in parte, e Giacinto Palmarini che, anche se non aiutato da un timbro particolarmente chiaro per la parte, ben si difende nella difficile parte di Iokanaan. Corretti, impegnati ma non sempre a fuoco gli altri interpreti.
Buon successo a fine serata.

Raffaello Malesci (27/02/19) 

 
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