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Mercoledì 08/05/2019
 
 

Il coreografo inglese ha presentato Autobiography al Teatro Ponchielli

 
 

Wayne McGregor danza sul DNA

 
 
Il coreografo inglese ha presentato Autobiography al Teatro Ponchielli
 
     
   
       
   
 

Nato nel 1970, Wayne McGregor è un pluripremiato coreografo e  regista inglese, rinomato a livello internazionale per innovazioni pionieristiche che hanno radicalmente ridefinito la danza nell'era moderna. Data la sua poliedrica esperienza è diventato professore di coreografia al Conservatorio di musica e danza Trinity Laban, dottore onorario di scienze alla Plymouth University e dottore onorario di lettere all'Università di Leeds. Fa parte del Circle of Cultural Fellows del King's College di Londra, è vice presidente della Roundhouse, amministratore di Aerowaves, Patron of the Place e Lisa Ullman Travel Scholarship.

 
     
 

Spinto da un'insaziabile curiosità per il movimento e le sue potenzialità creative, i suoi esperimenti lo hanno portato a un dialogo collaborativo con una serie di forme artistiche, discipline scientifiche e interventi tecnologici. I lavori sorprendenti e multidimensionali risultanti da queste interazioni hanno garantito a McGregor una posizione d'avanguardia nell'arte contemporanea per oltre venticinque anni. Nel 1992, McGregor ha fondato la Company Wayne McGregor / Random Dance, con sede a Londra, che è diventata lo strumento attraverso il quale il coreografo ha evoluto il suo stile. McGregor ha realizzato oltre trenta opere per la compagnia e oggi continua con nuove coreografie ambiziose e sperimentali, che porta in tournée in tutto il Regno Unito e in tutto il mondo, inoltre la compagnia spazia in progetti e collaborazioni di danza, cinema, musica, arte visiva, tecnologia, scienza e programmi di apprendimento. In particolare Wayne McGregor ha realizzato 16 lavori per The Royal Ballet, e vanta collaborazioni con il Ballet National de l’Opéra de Paris, Balletto del Teatro alla Scala, Stuttgarter Ballett, English National Ballet, New York City Ballet, The Australian Ballet, ecc. Nel 2015 ha creato Woolf Works, un balletto basato sulla vita e gli scritti di Virginia Woolf, presentato nei giorni scorsi al Teatro alla Scala di Milano.

Al Teatro Ponchielli di Cremona la compagnia di Mc Gregor ha presentato AUTOBIOGRAPHY, una pièce divisa in 23 capitoli (come i cromosomi che compongono il nostro DNA), costituiti da varie coreografie che raccontano la sua storia di vita fino ad oggi. Ognuno dei quadri riflette una fase della sua evoluzione personale rivista attraverso un'elaborazione scientifica riferita ai principi della biologia molecolare che riguardano la struttura, la funzione, l'evoluzione, la replicazione, la mappatura e la mutazione che dal DNA porta allo sviluppo delle cellule e del corpo. Le sequenze genomiche di McGregor sono state poi convertite in un algoritmo, basato sul codice genetico del coreografo, che sceglie casualmente, per 21 dei capitoli, dato che quelli d'inizio e della fine rimangono gli stessi, l'ordine di ogni pezzo e la composizione dei ballerini, creando così un numero di permutazioni tale che nessuna delle esibizioni potrà mai essere la stessa. Questa trasposizione scientifica dalla biologia alla danza non ci trova teoricamente molto d'accordo, in quanto, mentre le mutazioni delle forme biologiche sono per lo più lente e tali da poter essere da noi ammirate e gustate con calma, al contrario i cambiamenti veloci e continui delle 23 performances, tipiche dell'effimero contenuto della danza, risultano così rapide e varie, che non permettono una completa partecipazione e contemplazione da parte dello spettatore.

Si tratta quindi di un lavoro complesso, basato spesso sull'improvvisazione e sull'interplay dei ballerini, a volte ripetitivo e caotico, "esasperante" scrive un critico statunitense, con la sovrapposizione contemporanea di più forme gestuali e corporee e moti di essere, che ci confondono e distraggono, più che farci concentrare, riflettere e partecipare. Questa "casualità" del lavoro si ravvisa anche nella musica elettronica composta da Jlin, caratterizzata, più che da strutture, da effetti, ritmi e rumori. Sul piano semantico il lavoro risulta di difficile interpretazione, mentre molti momenti sono comunque densi di valore poetico e figurativo, grazie alla bravura e all'intesa dei danzatori. Ogni sezione ha un numero e un nome, come: Avatar, Conoscenza, Elevazione, Invecchiamento, ecc, che sono proiettati come sottotitoli sopra l'arco scenico del teatro, mentre una griglia di luci metalliche aleggia sul palcoscenico fin dall'inizio, scendendo lentamente a volte fin quasi a terra, costringendo i ballerini a muoversi tra le luci o sdraiati per terra. Lo spettacolo è globalmente interessante, ma difficile, per la sua caoticità, nella fruizione. Pessima la scelta di Lucy Carter, light designer, di puntare negli occhi del pubblico, in molte fasi delle performances, le migliaia di watt dei fari, non solo per la pericolosità della cosa, ma perché danneggia l'elementare necessità dello spettatore di vedere cosa avviene sulla scena.

Gianluigi Vezoli 13/05/2019

 
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