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Giovedì 28/08/2008
 
 

Ripresa per la stagione estiva dell’allestimento di Zeffirelli, consolidato da tre lustri di repliche.

 
  (Archivio)  
 

Carmen di tradizione in Arena

 
 
Ripresa per la stagione estiva dell’allestimento di Zeffirelli, consolidato da tre lustri di repliche.
 
     
   
       
   
  Carmen di Georges Bizet è il titolo che dopo Aida può vantare il maggior numero di repliche all’Arena di Verona e l’allestimento di Carmen cui abbiamo assistito, ormai alla sua ottava ripresa, è sicuramente il più visto nella storia del festival lirico dopo  l’Aida  di Ettore Fagiuoli del 1913, tornata in scena a metà degli anni ’80.  
     
 

Questa produzione di Carmen, nata nel 1995 con regia e scene di Franco Zeffirelli e costumi di Anna Anni, rientra nel filone delle cosiddette regie tradizionali: estremamente  fedele all’iconografia classica dell’opera, molto curata nel dettaglio e con grande dovizia di scene e costumi. Tale impostazione presenta sicuramente molte qualità ma anche alcune riserve. Tra gli aspetti positivi  va senza dubbio sottolineato il grande impatto scenico di una produzione di siffatte dimensioni sul palcoscenico areniano. Emoziona infatti il colpo d’occhio quando, all’inizio di ogni atto, con una soluzione estremamente suggestiva, vengono tolti i veli che a mo’di sipario attraversano il proscenio, svelando  nella sua interezza  una  scenografia brulicante di persone che danno una continua sensazione di movimento. Tuttavia è proprio questo ultimo aspetto a costituire il principale rovescio della medaglia. Al di là del fatto che la regia di Zeffirelli non interviene mai sul dramma, ma si limita ad illustrarlo fedelmente, il continuo andirivieni di comparse che imperversano sul palcoscenico alla fine risulta caotico e farraginoso. Infatti quasi mai le azioni dei figuranti hanno una vera e propria valenza drammaturgica, ma si limitano a riempire la scena in una sorta di “horror vacui” che in più di un’occasione soffoca l’azione degli stessi protagonisti. Non a caso il quarto atto, in cui Carmen e Don José restano soli a consumare il loro dramma in una piazza di un bianco abbacinante, è forse quello in cui il senso della tragedia emerge maggiormente. Il resto, molto spesso, è solo cartolina.
Va peraltro sottolineato che a distanza di 15 anni, assente la mano del regista, che ha affidato la ripresa ad un assistente, è fisiologico che qualcosa delle intenzioni originarie si sia perso per strada, anche se ricordo che anche all’epoca le mie impressioni furono sostanzialmente le stesse.
Se l’aspetto visivo non presentava particolari sorprese gli elementi di curiosità di questa Carmen risiedevano perlopiù nel versante musicale.
Daniel Oren non è certo nuovo a dirigere questo titolo, ma la sua lettura si è rivelata diversa da quanto ci saremmo aspettati. Abituati ad un direttore dai tempi abbastanza serrati e dai forti contrasti dinamici, abbiamo ascoltato invece una Carmen, soprattutto nella prima parte, più riflessiva, con maggiore attenzione alla cura del suono e dai ritmi meno sostenuti. Il risultato è andato forse a discapito della tensione drammatica che è spesso mancata, complice anche la discutibile scelta di mantenere tutti i recitativi cantati, soluzione che ha contribuito a diluire e stemprare non poco il senso di tragedia.
Dal punto di vista vocale sicuramente il migliore in scena è stato il Don José di Fabio Armiliato, che dopo un primo atto interlocutorio ha dato prova delle sue indiscutibili doti di fraseggiatore  in una coinvolgente “aria del fiore”  ed ha proseguito con una prova maiuscola sino al trascinante duetto finale del quarto atto.
Meno convincente la Carmen di Idiko Komlosi, didascalica nell’habanera, ma in genere in tutto il primo atto, in parte riscattato dalla seguidilla. Più a suo agio nel prosieguo dell’opera, soprattutto nelle parti più drammatiche rispetto a quelle in cui doveva emergere il lato sensuale della gitana.
La Michaela di Susanna Branchini è stata corretta, seppur cantata sempre su un generico mezzo-forte, complice anche un timbro un po’ troppo scuro per la parte.
Buona la prova del baritono Dario Solari che ha tratteggiato un Escamillo dal timbro robusto e omogeneo. Il lavoro sulle sfumature del personaggio merita di essere approfondito, però la voce è solida e spicca anche in un ambiente dalle dimensioni quali quelle dell’Arena.
Pubblico abbastanza numeroso e pienamente appagato dallo spettacolo, come hanno dimostrato il continuo sfavillio di flash ed i ripetuti applausi a scena aperta.

Davide Cornacchione 27 agosto 2008

 
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