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Venerdì 20/08/2010
 
 

La ripresa del capolavoro verdiano come ultima produzione dell’estate 2010

 
  (Archivio)  
 

Un elegante trovatore chiude la stagione zeffirelliana all’Arena

 
 
 
     
   
       
   
  Il Trovatore presentato nel 2001 e riproposto come quinto titolo della stagione areniana 2010, interamente dedicata a produzioni firmate da Franco Zeffirelli, è forse tra tutti  l’allestimento che funziona meglio all’interno dell’anfiteatro scaligero.
Le scene infatti sono maestose ma non sovrabbondanti e non hanno quindi il difetto di comprimere lo spazio d’azione in pochi metri quadrati, ma anzi permettono alle masse movimenti lineari e abbastanza schematici, che fortunatamente poco hanno a spartire con il solito confuso viavai dettato dall’horror vacui che caratterizza gran parte delle produzioni del regista fiorentino.
 
     
 

Purtroppo però, come ormai d’abitudine accade  non solo in Arena, non trattandosi di una nuova produzione ma di una ripresa, l’impressione che si è avuta è che il tutto fosse stato provato in maniera frettolosa e sommaria: azioni scomposte dei figuranti; gente che entra ed usciva in modo approssimativo; scarsa pulizia nei movimenti.
Peccato, perché l’impatto visivo di quest’opera è sempre molto suggestivo, grazie anche ad un progetto luci molto efficace che ne esalta sia l’imponente apparato scenico che i costumi, decisamente sfarzosi anche se a volte, con i loro eccessi, sconfinanti nel kitsch.
Dal punto di vista musicale il cast scritturato appariva sulla carta il migliore della stagione e, da quanto abbiamo avuto modo di ascoltare,  le attese non sono andate deluse.
Marcelo Alvarez si conferma come una delle voci tenorili più belle attualmente in circolazione: estrema facilità sia nei centri che negli acuti ed un’emissione sempre “aperta”, senza suoni schiacciati o ingolati. Unico neo, complice probabilmente la vastità dello spazio areniano, una certa tendenza a forzare un po’ il volume, che si è tradotta in più occasioni in un appiattimento del fraseggio.
Va detto però che questa tendenza a spingere il suono si è riscontrata anche negli altri protagonisti; non a caso l’atto migliore è stato il quarto, in cui si è più giocato su mezzevoci e sfumature.
Da sottolineare  l’ottima prova di Sondra Radvanovsky, la cui Leonora ha esibito una voce ricca di armonici, attenta agli accenti e di grande espressività, ed infatti il suo “D’amor sull’ali rosee” è stato il punto più applaudito della serata.
Di gran classe il Conte di Luna di Dmitri Hvorostovsky, dotato di un timbro scuro e di grande spessore ma efficace nel rendere tutte le sfumature che la complessa parte richiede.
Un gradino sotto la Azucena di Marianne Cornetti: volume imponente ma una certa approssimazione nell’emissione, inficiata anche da un’interpretazione di stampo verista, in cui smorfie e gridolini (cui peraltro non è stata esente neanche la Radvanovsky) caricavano in maniera eccessiva il personaggio.
Marco Armiliato ha diretto l’orchestra ed il coro dell’arena di Verona preoccupandosi più di seguire i cantanti che non di fornire una sua interpretazione dell’opera, che di conseguenza è risultata abbastanza anonima e priva di tensione drammatica.
Al termine applausi calorosi per tutti  da un  anfiteatro che, pur essendo la metà di agosto, presentava molti settori vuoti, suscitando un pizzico di malinconia in chi ricordava gli “esauriti” di alcuni lustri fa.

Davide Cornacchione 11 agosto 2010

 

 
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