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Mercoledì 20/05/2015
 
 

Elisabetta Pozzi, drammaturga ed interprete, in un suggestivo spettacolo al Teatro Due

 
  (Archivio)  
 

Medea: il mito si fa donna

 
 
 
     
   
       
   
  Medea nell’ultimo spettacolo di Elisabetta Pozzi è figura di terra. La terra costituisce infatti l’unico elemento scenografico per almeno due terzi dello spettacolo e dalla terra sorge Medea all’inizio del medesimo.
La terra è madre, Gea per i greci, Erda per gli scandinavi, e Medea è madre, e sono proprio i concetti di maternità e di femminilità che vengono affrontati in questa  nuova produzione che, con la regia di Andrea Chiodi ha felicemente debuttato al Teatro Due di Parma.
 
     
 

Medea viene universalmente ricordata per aver ucciso i suoi figli, ma questa azione è solo il punto d’arrivo di un processo umano e psicologico sul quale il più delle volte non ci si sofferma.
Elisabetta Pozzi, forte di una pluriennale frequentazione  con le figure dell’antichità classica (ricordiamo ad esempio le sue bellissime messinscene  dei poemi di Iannis Ritsos), ha elaborato una drammaturgia che, intrecciando tra gli altri Heiner Müller, Apollonio Rodio, Christa Woolf, Pasolini, è andata a scavare nella vita e nella mente di Medea, cercando di ricreare il percorso che l’ha condotta a quel gesto.
Lo spettacolo inizia in chiave intimista: quadratura nera e luci che si limitano a sagomare la figura di Medea che inizia il suo racconto: all’inizio si invaghì di Giasone, poi per amor suo tradì la patria, il padre, gli amici, per venire infine messa da parte dal marito invaghitosi di una più giovane concubina.
L’azione è minima, i movimenti sono ridotti all’essenziale, tutto è sorretto dalla magnetica presenza scenica di Elisabetta, al punto che in più di un’occasione ho pensato che forse questo allestimento sarebbe stato avvantaggiato da uno spazio più raccolto della sala grande del Teatro Due.
Il percorso mentale ed emotivo procede per gradi: Medea si è annullata per il suo uomo ed ora è sola e non può più tornare indietro. Inizia quindi a maturare il progetto di una vendetta, tanto spietata quanto necessaria.
Nel momento in cui si passa dal pensiero all’azione la scena cambia, ribaltando completamente le prospettive e giustificando l’ambientazione in uno spazio così ampio: il fondale nero si alza, svelando nella sua totalità il palcoscenico immerso in una luce blu in cui si trovano un carillon ed un’altalena a due posti.
In una lunga sequenza che ricorda un rito sacrificale sulle note di “Casta diva” dalla Norma di Bellini (altra celebre quasi-infanticida) Medea si avvicina all’altalena per portare a termine il suo gesto, ma non con la furia della vendetta, bensì con la lentezza di una sacerdotessa e con il dolore di una madre costretta a compiere l’inevitabile. Un momento catartico di grandissima intensità in cui emerge tutta l’umanità del personaggio.
Eccezionale come sempre l’interpretazione della Pozzi che, grazie ad una tecnica che le permette di cesellare ogni sfumatura ed alla sua capacità di immedesimazione è riuscita ad umanizzare un mito.
Andrea Chiodi si conferma regista capace di ottenere risultati di grande potenza visiva con pochi ed essenziali tocchi, grazie anche alla collaborazione di Matteo Patrucco (scenografia) e Luca Bronzo (luci).
Daniele D’angelo da anni non si limita a comporre delle musiche che “accompagnano” gli spettacoli della moglie ma, partecipando alle fasi di scrittura e di montaggio, crea delle partiture che sono parte attiva dello spettacolo stesso. In questo caso la scelta di melodie mediterranee contrapposte alla musica di Bellini ha contribuito a delineare con grande efficacia il colore delle singole scene introducendoci nell’universo di Medea.
Calorosissimi gli applausi al termine da parte di un Teatro Due praticamente esaurito.

Davide Cornacchione 14 maggio 2015

 

 
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