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Sabato 17/10/2015
 
 

Il capolavoro puccininao in chiave contemporanea inaugura felicemente la stagione del Teatro Grande di Brescia

 
  (Archivio)  
 

Efficace Bohème sessantottina

 
 
 
     
   
       
   
  Per la stagione lirica 2015 i teatri del Circuito Lombardo hanno scelto di puntare su produzioni consolidate, firmate da registi di chiara fama. Nel cartellone compaiono quindi nomi come Damiano Michieletto, Mario Martone e Leo Muscato, autore della Bohème inaugurale.
Lo spettacolo che ha debuttato al Teatro Grande di Brescia è un adattamento al chiuso della produzione che debuttò allo Sferisterio di Macerata e che conquistò un Premio Abbiati nel  2012.
 
     
 

L’idea portante di questa produzione è quella di posticipare l’ambientazione di circa un secolo e mezzo, ambientando la vicenda nel 1968. La soffitta diventa quindi una sorta di magazzino polveroso, decorato dai murales di Marcello ed in cui campeggia un bidone di latta trasformato in stufa; Momus è una discoteca in cui avventori vestiti di stoffe zebrate organizzano happening alternativi in cui si balla sui cubi; la barriera D’Enfer si trasforma in un’industria occupata, di fronte alla quale Marcello e Rodolfo bivaccano in  una canadese, nella quale poi Marcello farà entrare Musetta per riappacificarsi dopo l’ultimo litigio,  mentre nel finale Mimì muore in una asettica stanza d’ospedale, soluzione quest’ultima che, al contrario delle altre stride particolarmente con quanto è prescritto, visto che l’atmosfera raccolta ed intimista della soffitta viene completamente snaturata dal viavai di medici ed infermieri.
Nonostante quindi  le incongruenze tra scena e libretto siano più di una,  lo spettacolo  funziona ottimamente, ed ha il merito di presentarci per una volta una lettura che, pur non essendo quella consolidata dalla tradizione, mantiene una coerenza stilistica impeccabile.
Costumi alternativi dai colori sgargianti e scenografie stilizzate ma molto appropriate, a firma rispettivamente di Silvia Aymonino e Federica Parolini, incorniciano adeguatamente la vicenda.
Apprezzabile nel complesso anche l’aspetto musicale che ha avuto nell’ottima concertazione di Giampaolo Bisanti il suo punto di forza. Raramente ho sentito l’orchestra dei Pomeriggi Musicali suonare con tale compattezza e ricchezza di sfumature come in questa occasione. Il direttore milanese si conferma pucciniano d’eccellenza, fornendo una lettura dal buon ritmo narrativo ma allo stesso tempo attenta agli accenti ed alle dinamiche espressive.
Sul palcoscenico abbiamo potuto apprezzare il Rodolfo di Matteo Lippi, dotato di un bel timbro, morbido e ricco di armonici, nonostante qualche difficoltà nel registro acuto; caratteristica quest’ultima riscontrabile anche nella Mimì di Maria Teresa Leva. La giovane cantante, pur dotata di una voce piena e rotonda, non sempre ha esibito un fraseggio impeccabile, soprattutto nella tessitura alta.
Sergio Vitale è stato un Marcello dal timbro robusto ma un po’ rude nell’emissione, esattamente l’opposto di Paolo Ingrasciotta, uno Schaunard dalla voce chiara ma misurato nel canto. Rimarchevole anche il Colline di Alessandro Spina, autore di una bella esecuzione della “Zimarra”.
Apprezzabili il Benoît di Paolo Maria Orecchia, interprete anche di Alcindoro, e il Parpignol di Daniele Palma.
Al termine applausi calorosi per tutti da parte di un Teatro Grande esaurito in ogni ordine di posti.

Davide Cornacchione 4 ottobre 2015

 
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