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Sabato 14/01/2017
 
 

L’opera-testamento di Puccini nell’allestimento dell’Opera di Maribor accolto dagli applausi di un teatro quasi esaurito

 
  (Archivio)  
 

Una suggestiva Turandot inaugura la stagione invernale al Teatro Filarmonico

 
 
 
     
   
       
   
  Da alcuni anni può capitare di incontrare all’interno della stagione invernale al Teatro Filarmonico titoli presenti anche nella precedente o successiva programmazione estiva areniana. Ecco quindi che a pochi mesi dall’ennesima ripresa nell’anfiteatro veronese, Turandot di Puccini è tornata per inaugurare la stagione 2016/17.
L’allestimento proveniente dal Teatro dell’Opera di Maribor, firmato da Filippo Tonon, autore di regia e scene si differenzia notevolmente dalla scintillante e manierata concezione zeffirelliana. L’atmosfera è più scura, le tinte dorate vengono abbandonate in favore di una dominante blu-argento, mentre il lavoro sulle masse corali, soprattutto nel primo atto, rende l’impostazione più dinamica, nonostante da alcuni particolari si intuisse che qualche prova in più avrebbe permesso una migliore definizione del progetto.
 
     
 

La regia si dipana in modo estremamente chiaro e lineare, avvalendosi di tre cornici scorrevoli all’interno delle quali vengono di volta in volta inseriti degli elementi scenici che caratterizzano i vari ambienti. Ogni singola cornice può così rapidamente trasformarsi in porta del palazzo imperiale, o gabbia in cui si arrampica il popolo o sarcofago di Turandot o in un astratta composizione di luci che caratterizza il terzo atto.
Un’idea tanto semplice e funzionale quanto efficace nel creare quadri di grande suggestione, grazie anche ad un raffinato progetto luci firmato dallo stesso Tonon.
I ricchi costumi di Cristina Aceti prediligono tinte scure per la corte e grigio per il popolo sui quali spiccano le tre vive macchie di colore che caratterizzano i ministri.
Jader Bignamini ha diretto con solida professionalità, in una lettura caratterizzata da forti contrasti. Scelta indubbiamente interessante che però in alcuni casi è sfociata in sonorità eccessive e fragorose che in più di un’occasione hanno coperto i cantanti.
Tiziana Caruso si è disimpegnata egregiamente nel ruolo della principessa di gelo. Qualche forzatura nel registro acuto non le ha impedito di delineare un personaggio nel complesso convincente.
Walter Fraccaro è stato un Calaf più muscolare che lirico, il fraseggio non è sempre rifinito, ma questo non gli ha comunque impedito di ricevere un’ovazione al termine di “Nessun dorma”, con richieste di bis puntualmente esaudite.
Donata D’annunzio Lombardi, forse la più applaudita dell’intero cast, è stata una Liù intensa ed emotiva.
Convincente, soprattutto nella lunga scena del secondo atto, il trio dei ministri, su cui spiccava il Ping di  Federico Longhi, ben assecondato dal Pong di Massimiliano Chiarolla e dal Pang di Luca Casalin.
Il timur di Carl Cigni si è distinto per l’eleganza del fraseggio mentre apprezzabili sono stati i contributi di Murat Can Güvem (Altoum) e Nicolò Ceriani (un mandarino).
La qualità dello spettacolo ed il grande successo di pubblico che esauriva il teatro lasciano sperare che per l’Arena stia iniziando un nuovo corso dopo la crisi dell’ultimo periodo che, come ricordato da un comunicato dei lavoratori all’inizio della rappresentazione, sta ancora facendo sentire i suoi strascichi.

Davide Cornacchione 18/12/2016

 
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