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Giovedì 13/01/2011
 
 

Da giovedi 13 a sabato 15 gennaio 2011 - ORE 21,15

 
  (Evento passato)  
 

MARTÈN DELLE ONDE

 
 
ROMANENGO - TEATRO VALLI
 
     
   
       
   
Quando? il calendario dell'evento
da Giovedì 13 Gennaio 2011
a Sabato 15 Gennaio 2011
 
     
 

In una scena invasa da 5 quintali di granoturco si sgrana la tragedia dei tre fratelli contadini. Martèn è il soprannome del capostipite di questa famiglia, L'uomo delle onde è la traduzione di un termine giapponese (rònin, uomo trascinato dalle onde) che indica il samurai senza padrone. Dopo alcuni anni di separazione tre fratelli si ritrovano per una notte nella casa natale dove il più anziano che li ha convocati continua ostinatamente ad abitare. È la notte che precede il matrimonio del più giovane, Andrea di 20 anni che vuole ritornare al paese e viverci con la futura moglie. Alessandro detto Ciandri ha invece trenta anni. Era uscito di casa dopo la morte della madre e di lui non si era saputo più nulla. Francesco il più anziano detto Cesco, ha 36 anni, sente il ruolo di "pater familae", ha comperato la vecchia casa dove erano nati ed è contadino. Aspetta i fratelli e vuole festeggiare. Questi tre fratelli sono tre "rònin" tre persone isolate, indurite dalla vita e corazzate di orgoglio che ne gli affetti ne scontri riescono a scalfire».

 

 
     
 

RILIEVI
Con Marten che ha debuttato a fine novembre del 1987 a Bologna, volevamo parlare del presente, un presente di contraddizioni uscito non indenne da una cultura prevalentemente contadina. Marten a tutt'oggi a 23 anni dal debutto, è ancora considerato da molti uno spettacolo "mito" e fra le nostre prove artistiche meglio riuscite; per noi ha costituito una “condanna” e notevoli problemi. Ci collocava (venivamo collocati) in un recinto vagamente naif e in più è stato anticipatore di un genere che fu grossolanamente definito "della memoria" poi ampiamente sfruttato da tanti. Contrariamente alla logica che vuole che uno spettacolo di successo non si abbandoni, abbiamo abbandonato "Martèn" dopo un anno e mezzo (circa sessanta repliche) quasi in coincidenza con la nostro trasferimento da Bologna a Romanengo. In realtà "Martèn" è stata un' operazione più intellettuale di quello che anche noi volevamo far credere e la pulizia dei gesti (quasi coreografie danzate) e della scena provenivano da un lungo


precesso di eliminazione di tutto ciò che ritenevamo superfluo. Pure lungo e faticoso è stato il lavoro degli attori che dovevano recuperare credibilità e semplicità rinunciando a qualsiasi orpello o trucchetto cui aggrapparsi e a cui si chiedeva - a fase di lavorazione ormai ultimata - di entrare in uno stato di "quasi trance". Abbiamo ripreso "Martèn" nell'estate del 2010 per tre repliche, in un paese del Trentino (Faver) per il Festival MASI INVISIBILI con attori del paese. Lo ripropopniamo ora con i due attori originari Marco Zappalaglio ed Enzo Cecchi e nell aprtre del fratello più giovane, Michele dalla Giacoma, un giovanissimo attore tentino.

NOTE DI REGIA
Dalla scheda dello spettacolo: «... così anche la lingua dialettale che a tratti compare nello spettacolo si offre naturalmente per il suo respiro e la sua cadenza a coniugare la gioia e la solitudine. La rassegnazione e l'immoralità del dolore... Non amo l'attore portatore di fredda tecnica, amo la tecnica violata/violentata... filtrata dal cuore e dalle viscere...».
La scrittura dello spettacolo che non rimanda ne alle tre sorelle, ne all'albero degli zoccoli nasce di getto. Si è voluto evitare una scrittura letteraria per rapportarsi al monologare dei racconti che ritornano su di sé degli anziani. Da qui nasce l'idea, quasi biblica, della genealogia iniziale. Da questi racconti e dalle smemoratezze nasce l'idea della perdita di memoria o di attenzione ("chi mi chiama?"). Da qui anche il lavoro degli attori che dovevano dimenticare le azioni appena compiute e le parole appena dette o perdere gli oggetti che non servivano più. L'inizio del cielo stellato non è una citazione, ma è senz'altro stato influenzato dalla "Notte di S. Lorenzo". Inizialmente lo spettacolo doveva svolgersi attorno ad un tavolo, in una cucina, come una immagine caravaggesca, però l'esigenza di dare un colore e un profumo allo spettacolo e l'ossessione del ricordo di un uomo nudo che si tuffava in una montagna di granoturco, ci ha fatto optare per i cinque quintali di granoturco che ricoprivano interamente la scena (prima di ogni replica questo granoturco veniva pettinato quasi fosse un giardino orientale). Dobbiamo ringraziare Francois Kahan il cui contributo ad una settimana dalla prima ci aveva aiutati a focalizzare meglio alcuni segni e a farci capire come ogni spettacolo debba avere un proprio cromatismo. Ritornando ancora al testo; avevamo inserito alcune frasi nei dialetti originali dei tre attori sia per la sonorità sia per l'impossibilità di rendere questi stessi termini in italiano. Poi abbiamo usato questi inserimenti per i momenti più intimi ed interni e per rendere più concreta l'incomunicabilità dei tre fratelli. I movimenti, a differenza della spigolosità di "La mia terra..." e della verticalità di "Jeannot", erano a tutto tondo, tutto era circolare, quasi un fiume paludoso che torna su di sé. Gli spostamenti degli attori erano studiati come se loro fossero fermi e fosse quasi un occhio esterno a girare attorno a loro e li osservasse.

 

 
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